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giovedì 18 luglio 2013

Pacific Rim

Di Pacific Rim parlo da tempo.
Se non avete memoria o siete capitati su questo blog per caso andate QUI con annesse pagine linkate.
Lo aspettavo in gloria. Complice anche un hype 2.0 stratosferico gonfiato a dismisura dal trailer.
















Sono uscite recensioni in anteprima entusiaste. Sono volate frasi come Capolavoro e Cult Movie. Abbiamo letto i commenti gasati di grandi registi. Poi è uscito.
L'ho visto in preda alla fotta e un po' ci sono rimasto male.
Sinceramente mi aspettavo di più. Troppo forse. 
Dopotutto era normale. 
Robot giganti contro Mostri alla Godzilla. Guillermo Del Toro in regia e Legendary Pictures a produrre. Insomma i soldi c'erano, le maestranze pure, e il soggetto un orgasmo japponerd.

Approfondimento: orgasmo japponerd.
Ogni ragazzo nato prima del 1985 circa che si rispetti è cresciuto sano e in forma grazie ai cartoni giapponesi e i loro insegnamenti. Primo fra tutti che sulla Terra regnerà per sempre la pace se a difendere Tokyo c'è un Robottone. 
Io andavo matto per Robot, li compravo tutti. Ma proprio tutti. Ho ridotto mia madre sul lastrico con quella mania. E probabilmente comprerò anche Gipsy Danger se mi capita a portata di mano.
Insomma in Pacific Rim ci sono i Robot, i mostri alla Godzilla, i piloti fighi, gli scenziati pazzi e i militari super tosti. Tutto quello che abbiamo sempre sognato.

Probabilmente a 15 anni sarei uscito dal cinema felice come un pazzo. Purtroppo ne ho il doppio e anche se sono un eterno adolescente in preda alle peggiori manie, a film concluso non avevo le braccia alzate dalla gioia. 

Pacific Rim è un film grosso, grossissimo, enorme. Ma con una serie di problemi direttamente proporzionali che o te ne freghi o te ne freghi. Sennò tanto vale uscire prima della fine.

A grandi linee gli rimprovero:
  • WTF Prometheus style. Come la sparata dei dinosauri.
  • Una trama a tratti ridicola e piena di buchi di sceneggiatura.
  • Ad eccezione di Ron Perlman e Idris Elba. Il parco attori è un canile. Cagnacci senz'appello.
  • Il protagonista ha meno carisma di Cyclope degli X-men. Tanto che non gli vuoi bene neanche quando fa l'eroe e salva il pianeta.
  • Una battaglia finale che mah mi aspettavo di più.
  • E una storia d'amore che boh anche no.
  • Un finale telefonato e che più telefonato non si poteva.
  • Totale mancanza di epica. Cazzo è la battaglia per salvare la terra o no?
Allora Pacific Rim è brutto?

No perché tutte queste pecche e brutture spariranno dalla vostra mente appena succede quello per cui avete pagato. E cioè:
Robottoni che menano fortissimo Mostri giganti.
Sono momenti che ti riconciliano con la tua infanzia e quell'immaginario dominato da Haran Banjo e soci. Quasi vorresti piangere dalla felicità da tanto che hai aspettato. Gli effetti sono al top e le scelte di Del Toro sono sempre azzeccate, puntuali, ricche di riferimenti e girate da Dio.
La lotta a fra Gipsy Danger e il Kaiju ad Hong Kong è qualcosa di straordinario che ti fa sobbalzare dalla poltrona. 10 minuti di lotta greco romana di proporzioni gigantesche fra i grattacieli della città. Musica a palla, pizze in faccia e ricorse con tanto di placcaggi da football. Chi più ne ha più ne metta. 
Sono in queste scene che Pacific Rim riesce nell'impossibile e conquista lo spettatore più ostico. Un film che doveva centrare un obiettivo e lo ha centrato in pieno. Certo un maggiore coinvolgimento nei momenti topici e di raccordo avrebbe giovato elevandolo a film indimenticabile. Ma rimane in ogni caso una visione obbligata che vi riempirà gli occhi e la testa.
Andate.
















## SPOILER ##
- Basta con questi muri di contenimento. Gli americani quando c'è un problema costruiscono un muro che si rivela puntualmente inutile.
-  Basta pure con la strategia finale super ragionata che stringi stringi consiste sempre nel:
Bomba in buca al primo colpo.

sabato 29 giugno 2013

L'Uomo D'Acciaio
















In un'epoca cinematografica completamente dominata dai cinecomics, dove perfino gente come Capitan America e I Fantastici 4 macinano buoni incassi e sequel, e Spider Man vola verso il quinto film in neanche 12 anni, Superman restava al palo con alle spalle quel mezzo flop di Superman Returns di Bryan Singer.
Il supereroe per antonomasia, fra i primi su carta e al cinema, a ben vedere mal si adatta ai tempi che corrono. Superman è pop nell'iconografia, nazionalista negli intenti, palloso nel carattere e praticamente indistruttibile nel fisico. Impresa ardua rivitalizzare un personaggio del genere.
In Warner e DC hanno deciso di puntare sul sicuro. Alla regia l'inossidabile Zack Snyder reduce da cinecomics come 300 e Watchmen. E in fase di scrittura e produzione la premiata ditta David S.Goyer/Christopher Nolan usciti vincenti dalla saga Dark Knight, l'unica capace di rivaleggiare con Marvel in quanto a incassi. 
Tre autori di tale portata su unico progetto porta ad inevitabili vette e cadute di stile. La mano di ognuno si fa sentire e talvolta entra in contrasto con le altre.

Mi spiego meglio. Riassumiamo velocemente lo script de L'uomo D'Acciaio.
  • Questo è il film dove si spiega la genesi del Supereroe. Da dove viene, cosa ha fatto per diventare così, e come mai sceglie questo ruolo.
  • Il cattivo principale del Supereroe in questo film non ci sarà. Forse nel prossimo.
  • La banda dei cattivi è direttamente correlata al suo passato.
  • La prima parte del film racconterà l'infanzia del Supereroe e la sua storia passata alternando il tutto con numerosi flashback. Azione praticamente zero.
  • La seconda parte sarà un'esplosione continua, con grandi scene d'azione e baracconate all'americana.
  • Alla fine del film il Supereroe avrà ben chiara la sua posizione di protettore dei deboli e della giustizia.
Che film è?
E' Batman Begins. Chris Nolan per rilanciare Superman non si è sforzato più di tanto, ha semplicemente deciso di improntare il tutto sul reboot di Batman e bissarne il successo con una formula sicura. Fatto questo ha lasciato un post-it con scritto: "Io ho finito, fatemi avere il bonifico. PS: Goyer non fa cazzate."

Premesso che la genesi di Batman si appoggiava ad una storia di Frank Miller poco conosciuta, e mai portata al cinema. Mentre la nascita e l'infanzia di Clark Kent è forse la parte più famosa della saga.
Di conseguenza l'effetto novità è notevolmente ridotto.
Ad aggravare il quadro c'è la mano di Goyer che decide per una prima parte su Krypton piena di spiegoni improbabili e alquanto noiosi, per poi innestare tutta la fase di formazione di Clark Kent con lui in giro per il mondo senza una meta e continui flashback sulla sua infanzia. Goyer si concentra sulle due figure paterne e i loro insegnamenti come linee guida del Superman che verrà; ne esce una sorta di visione "cristologica" dove Russel Crowe (Jor-El) è il Dio che manda Cristo sulla Terra, Kevin Costner (Jonathan Kent) è il padre terreno che lo cresce seguendo l'insegnamento divino (che a grandi linee è fatti i cazzi tuoi nonostante tutto.) e 33 anni dopo la sua nascita (!!!) l'eletto viene chiamato a fare una scelta di Fede.
Qui lo sceneggiatore tocca il fondo di una carriera ricca di incassi e ma anche di VAFFANCULO.
La lunga lista dei crimini contro l'umanità perpetrata da Goyer con questo film è lunga e ve la risparmio, alcune recensioni si prendono la briga di elencarle e non a caso sono lunghissime.
Mi preme invece parlare di Zack Snyder.
Non sono mai stato un suo grande estimatore, per certi versi credo sia molto sopravvalutato e per altri sottovalutato. L'alba dei Morti Viventi era carino, 300 una merda, Watchmen buono. Gli altri non li ho visti.
In L'uomo d'acciaio Zack mi ha piacevolmente sorpreso, gira alcune scene degne del miglior Malick (vedi quella del bambino con il cane), e quando deve spaccare tutto in uno dei finali più incasinati ed esplosivi degli ultimi anni da il meglio di se. In quanto a distruzione non c'è The Avengers o Transformers 3 che tengano, la lotta fra Zodd e Superman è devastante, e le conseguenze di una lotta fra superuomini sono ben realizzate.
Anche le scene di combattimento in volo, roba degna di Dragon Ball, sono credibili ed entusiasmanti.
Insomma Zack Snyder sembra l'unico ad essersi impegnato a risollevare veramente le sorti di uno script traballante con un supereroe tutt'altro che cool, e gli rendo merito di una regia sicura e frizzante nei punti giusti. Nonostante questo il film non decolla mai, dissolvendosi ben presto dopo l'uscita sala.
Io stesso ho avuto difficoltà a scrivere questa recensione.

In definitiva.
L'Uomo D'Acciaio è un film mediocre con spunti divertenti. Il nuovo Superman non vola oltre il 5.












domenica 9 giugno 2013

Solo Dio Perdona

Solo Dio Perdona è un film di Nicolas Winding Refn.






















Personalmente considero N.W. Refn  uno dei migliori registi contemporanei. Rimasi ammaliato dalle sue storie e dalla sua regia già ai tempi di Pusher 2 e 3, con l'immenso Valhalla Rising visto al Torino Film Fest del 2009 ebbi la conferma di un autore in crescita capace di plasmare ogni materia narrativa alla sua personale visione. 
A Torino ebbi la fortuna di parlarci 10 minuti. Persona squisita, umile e simpatica, tanto da lasciarmi una delle sue mail personali per un progetto. (si ok, è vero, me la sto tirando)

Drive (qui la mia rece) è il film con cui è uscito da quella nicchia cinefila per conquistare il grande pubblico, e porsi all'attenzione di tutti con un cult indimenticabile. Drive è tanto bello quanto avulso dalla filmografia di Refn. Filmografia che in molti hanno continuato a snobbare, e una volta di fronte a Solo Dio Perdona sono incappati in una sonora delusione.

Musica:
















A Bangkok Julian (Ryan Gosling) gestisce insieme al fratello una palestra di Thai Boxe, usata come copertura per lo spaccio di droga. Quando suo fratello stupra e uccide una minorenne richiama le attenzioni di Chang, poliziotto in pensione che risponde all'omicidio con altrettanta violenza. La madre di Julian arriverà sul posto decisa a non lasciare impunita la morte del figlio, alimentando una spirale di vendetta inarrestabile.

Una trama semplice, potente e perfetta per un film di serie B. Ambientato e girato in una sudatissima Thailandia fra i sobborghi di Bangkok, Refn non cede alla tentazione di un nuovo Drive e punta deciso ad una personalissima opera che non scende a patti con nessuno. Impone la sua visione, i suoi ritmi e le sue ossessioni in un concentrato di cinema purissimo.
Solo Dio Perdona è privato di qualsiasi elemento narrativo superfluo. A Refn non interessa approfondire dettagli della trama e i personaggi che si muovono al suo interno. Chi è veramente Chang? Qual'è il passato di Julian?
Vuoti che lo spettatore può riempire con le sue ipotesi e la sua immaginazione, ma che esulano dalle intenzioni di un regista che preferisce colmare con immagini, suoni e musica fino a conquistarne i due sensi in maniera totale. Quasi un ritorno alla radice cinematografica degli albori, in un'epoca dominata dai virtuosi del dialogo e barocchismi di sceneggiatura.
L'ennesima perla imbrattata di sangue nella lunga filmografia del regista danese.

Imbrattata di sangue.
Si. Perché Solo Dio Perdona ha una fotografia stupenda capace di rendere ogni inquadratura un'immagine d'autore, merito anche di location inusuali ed esotiche e al contempo brutalmente kitch. Il tutto dominato, come sempre, dal coloro rosso. Un rosso vivido che rimane in testa e contamina l'intera visione.
Rosso come il sangue, per l'appunto, che scorre nel film, senza particolari censure, con momenti al limite del slasher. Violenza che deflagra sui corpi delle vittime con realismo ed efficacia e che rimanda all'anima della poetica di Refn, dove l'atto violento di un uomo sull'altro risiede dormiente dentro di noi e nella nostra società ma che una volta esploso porta a conseguenze inevitabili senza ritorno.
Da qui il titolo. In una spirale di vendetta e violenza dove non c'è perdono, e l'unica via di fuga è il sacrificio.


Solo Dio Perdona è un western metropolitano dove si scontrano antieroi moderni in un vortice di interpretazioni magistrali. A partire da Ryan Gosling che sorprende tutti in un ruolo inaspettato dove dismette i panni dell'outlaw hero, in favore di un personaggio complesso e ricco di sfumature negative rendendolo a tutti gli effetti un protagonista atipico. Quello con cui il pubblico voleva identificarsi ma che ripudia nel corso della visione.
Grandiosi anche Kristin Scott Thomas e Vithaya Pansringarm. La prima capace di interpretare una madre dominata dall'odio e che vomita solo parole orribili, il secondo spaventosamente silenzioso e dai movimenti controllatissimi, ma che impone rispetto e paura creando un personaggio che è già storia.


Un film d'autore d'introspezione dominato dalla sicura mano di uno dei pochi registi di oggi capaci di stupire e ammaliare con una visione mai scontata, mai superflua, sempre indimenticabile.
In definitiva bellissimo.
















PS: se vi è piaciuto Valhalla Rising correte. Se avete visto solo Drive il rischio di una delusione è dietro l'angolo.
PSS: il film è dedicato ai Jodorowsky. E fra i ringraziamenti c'è Gaspar Noè.

lunedì 29 aprile 2013

Iron Man 3














Visto da poco.
Abbastanza d'accordo su quanto ho letto in rete. E se dovessi tirare giù una rece senza averne lette altre, probabilmente scriverei esattamente quello che tutti dicono come un disco rotto. 
Riassumo velocemente.

Iron Man 3 è diretto da Shane Black sceneggiatore di culto per tutta una generazione cresciuta a pane e film action. Ha scritto Arma Letale 1 e 2, L'Ultimo Boyscout e Last Action Hero. Un ragazzo che ad appena 26 anni riscrive le logiche dei film d'azione iniettandoli di ironia, battute sagaci e un ritmo travolgente.
Prendete John McClane, una trama Hard Boiled, e al posto di pistole e distintivi inserite armour suite superfiche e Jarvis; ecco a voi servito Iron Man 3. Niente epica da supereroe ma un film d'azione old-style innestato sui binari dei precedenti capitoli, con Robert Downey grande mattatore come al solito.
Per intendersi. La strada è la stessa, ma fra il secondo e il terzo hanno cambiato la macchina e il pilota.
Se volete maggiori approfondimenti sulla questione potete andare QUI, QUI e QUI.














Di conseguenza salto la parte della recensione descrittiva/ introspettiva/ oggettiva e vado direttamente al punto. Cosa ne penso?
Iron Man 3 destabilizza, che tu sia fan sfegatato o semplice appassionato dei film di supereroi quest'ultimo capitolo delle avventure di Tony Stark ribalta l'usuale punto di vista del Cine-Comic in generale. L'impianto Action figlio degli anni '80 regala piccole perle indimenticabili, non solo gag e battute sopraffine, ma anche una gestione dei personaggi meno seriosa e rigida e al contempo una trama più composta e sensata. Certo non mancheranno alcuni WTF, ma sicuramente non siamo dalle parti di Avengers e i suoi enormi buchi di sceneggiatura, e tanto meno siamo a NolanWorld con la sua pesantissima epica retorica. E' un duro e puro Hard-Boiled con i suoi intrighi e risvolti a doppia mandata.
Senza spoilerare troppo, vi dico che il Mandarino è il cattivo più inaspettato e geniale che si sia visto al cinema. A suo modo l'altra faccia della medaglia del Joker. Vi sorprenderà.
I personaggi per l'appunto. Ecco stavolta invece di muoversi come marionette (vedi Iron Man 2) lungo un percorso delimitato, sono vivi, reali, con problemi e fissazioni, parlano, scherzano e sopratutto talvolta pensano. Sia chiaro, il tutto inteso come un film d'azione, non vi sto dicendo che siamo alle prese con The Master di P.T. Anderson.

Iron Man 3 diverte e sorprende. 2 ore circa piacevolissime che volano.
D'altra parte devo dire che non tutto è perfetto. Ci sono alcune sbavature, sopratutto quando Tony diventa troppo McClane e poco Stark. Vedi entrata furtiva nella villa a Miami. Oppure le tante armature che a questo giro si sbriciolano al primo impatto, quando in The Avengers teneva testa ad un bruco alieno formato Empire State Building.
Sono piccolezze, ma che forse denotano l'unica pecca di questo film. In poche parole la riscrittura del personaggio e della trama si mal-adattano al terzo capitolo di una serie. Non è stato un cambio di stile, ma a tutti gli effetti un'operazione che generalmente si fa per i Re-Boot, dove si vara il nuovo Iron Man in totale rottura con il vecchio. Invece in questo contesto il passato e le avventure precedenti sembrano perdere senso e rilevanza, nonostante l'imprinting di RDJ a Tony Stark e i paletti fissati da Marvel cerchino l'aderenza narrativa alla saga. Una stonatura che in molti probabilmente non manderanno giù.

In conclusione. Iron Man 3 è nettamente meglio del secondo, e alla pari ma totalmente diverso dal primo. Andate e divertitevi. Io lo raccomando fortissimamente.

PS: Prepariamoci ad un incasso stratosferico.
PSS: Mancano tantissimo gli AC/DC a palla, invece ci sono gli Eiffel 65.
PSSS: Il trailer ha tanti Bwong e fondamentalmente ci presenta un film diverso.


venerdì 26 aprile 2013

Aggiornamento: Oblivion, Killer Joe e Super

Negli ultimi 10 giorni sono stato un po' assente dal blog. Fondamentalmente per tre ragioni:
  1. Ho avuto diversi impegni di lavoro conditi da qualche viaggio a Milano.
  2. Ho poca voglia di scrivere in generale.
  3. Non è che abbia molto da raccontare in queste settimane.
In ogni caso vi aggiorno su tre film che ho visto e su cui vi dico velocemente un'impressione.


















Un film che pareva fighissimo dal trailer ma puzzava di pacco ancestrale a mesi di distanza. Francamente pensavo assai peggio.
Il nuovo film di Joseph Kosinski, il regista di Tron: Legacy, compie l'assurdo miracolo di creare il cocktail impossibile dei film di fantascienza. Nel dettaglio.

Fissare alcuni assunti fondamentali:
  • Scenario post-apocalittico piace.
  • Design Apple fa già futuro.
  • Tecnologia touch sempre e comunque.
  • Non conta dove e come vivi, fatti la piscina.
  • Due donne innamorate dello stesso uomo è di per se già una trama.

Prendere il meglio dai seguenti film:
  • Wall-E
  • Moon
  • Matrix
  • Mad Max
E non ho scritto Kubrick perché sono un signore.

In ogni caso Kosinski riesce nell'impresa di non fare una cialtroneria epica, ma un discreto film dal ritmo piuttosto serrato e con le scene clou nei punti giusti. Nulla di nuovo o eccezionale ma 150 minuti abbastanza godibili. Bravo Joseph, anche se non ti perdono ancora quella cagata di Tron.

PS: so che non ve lo state chiedendo, ma nel caso ci tengo a precisare che non ho smesso con le recensioni serie. Solo che ultimamente arrivo talmente tardi sul pezzo che mi sembra stupido tirare giù un'opinione articolata per un film del genere. 



















L'ho recuperato appena uscito in dvd. Ecco questo è sicuramente uno dei migliori film del 2012 che meritava  il podio nella mia top ten.
Killer Joe non è solo l'ultimo filmone di un regista cazzuto come Billy Friedkin, ma anche un noir tiratissimo e intriso di cattiveria da spiazzare qualunque spettatore. Non è un horror ma colpisce come se lo fosse. Non fa paura ma spaventa.
In definitiva Killer Joe è un film della madonna, girato benissimo e interpretato da dio. Dove perfino Matthew 10cosecheodiodite McConaughey è bravissimo. Vedetelo vedetelo vedetelo.
PS: a fine visione Pollo Fritto in omaggio per tutte le girls.















Con estremo ritardo. Con estrema diffidenza. E con estrema gioia vi comunico che si è vero, avevano ragione tutti quei blogger nerdissimi. Super è il film definitivo sui real-hero di derivazione fumettistica.
A tratti sorprendente, è una lucida analisi di un fenomeno idolatrato al cinema e sulla carta stampata ma che nella vita reale può essere impersonato solo da persone borderline mentalmente disturbate. 
Super ha inoltre il pregio di essere sarcastico con il migliore dei film comici, e a tratti cinico come una secchiata di acido muriatico in faccia.
Consigliatissimo in super ritardo.

venerdì 29 marzo 2013

Tutti i Santi Giorni - impressioni















Il film è uscito da mesi. L'ho recuperato in dvd. 
Vi lascio le mie impressioni completamente slegate. Più un flusso di pensieri che una recensione.

Tutti i Santi Giorni è un film di Paolo Virzì ispirato ad un libro.
Un Virzì meno introspettivo, più contenuto e imperfetto.
Per questo forse uno dei suoi migliori film.
Luca Marinelli è bravissimo. Thony impressiona per spontaneità.
L'accento risulta posticcio.
I due hanno grande alchimia.
Il personaggio di Guido è indimenticabile.
Sono una bella coppia.
I siparietti onirici sono orribili.
Il loro primo incontro è tanto semplice quanto perfetto.
I cafoni tamarri non mi son piaciuti.
Le musiche di Thony sono bellissime.
Anche io come Guido chiedo ossessivamente scusa.
Voglio già un sacco di bene a 'sto film.




venerdì 22 marzo 2013

Zero Dark Thirty

In maledetto ritardo. Quindi sarò breve.













Zero Dark Thirty è un attacco kamikaze ai nostri occhi, la Bigelow disegna un film di rara potenza, che ti scuote e ti lascia dentro un pezzo di storia recente.
Meno composto di Argo, più rigoroso di Hurt Locker, la missione decennale dell'agente Maya è una lunga maratona a nervi scoperti con attese infinite e scene al cardiopalma, in un Pakistan tanto ostile quanto affascinante.

Sono uscito confuso. Ammetto di aver apprezzato più la prima parte e meno l'ultima ora con la sorpresa "toh c'è Bin Laden"; ma è indubbiamente un film che ti colpisce con il racconto della guerra interiore di Maya e di una nazione in cerca di vendetta.
Zero Dark Thirty rimane uno dei migliori film della stagione e Kathryn Bigelow una regista senza pari quando è alle prese con il genere Thriller.
In tutto questo dominatrice assoluta Jessica Chastain. Un mix di bravura, fascino e incazzatura che ti vien voglia di abbracciarla ogni due per tre. Indimenticabile e bellissima.

Recuperatelo.


lunedì 11 marzo 2013

Orrori da vedere - Taken 2

Ciao mi chiamo Watanabe e anche io ho visto Taken 2.
Ciao Watanabe, benvenuto nel gruppo.
















Io vi troverò (Taken) era un brutto film, un po' fascistello, che scopiazzava qua e là, con quella retorica da "Yeah Sono Americano". Ma a cervello spento si lasciava vedere, era pure simpatico seguire quel pazzo di Liam Neeson sbarcare a Parigi per massacrare senza ritegno una spietatissima banda di Albanesi.
A grandi linee lui cercava sua figlia, entrava in un covo, non la trovava e tutti morti.
Taken - La vendetta (Taken 2) è qualcosa di molto peggio. Pensavi di averne sentito parlar male da spocchiosi intellettuali? E invece no. Fa davvero schifo. 

La trama racconta del padre di un albanese ucciso nel primo capitolo, giurare vendetta sulla tomba del figlio. Il padre chiama a raccolta il villaggio, smazzetta e minaccia mezza Europa e alla fine risale a Bryan Mills (Liam Neeson). Il buon Bryan nel frattempo approfitta della crisi familiare della ex-moglie per tornare nelle sue grazie, proponendole un bel viaggio ad Istanbul tutti insieme con figlia al seguito.
Manco a dirlo che sarà qui l'atteso rendez-vous fra la famiglia Mills e la banda di albanesi incazzati in cerca di giustizia.
Scusa Liam ma se Parigi era pericolosa, cosa ti aspettavi dalla Turchia? Tua figlia deve stare in America, porta sfiga.

La storia procede fra buchi di sceneggiatura e complete voragini di trama. Si potrebbe scrivere un libro su tutti i WTF di questo film. Certo alcuni meritano una menzione per la loro epica stupidità.
Vincitore di un recente Sylvester, svetta imbattibile la scena dove la figlia di Liam Neeson per trovarlo inizia buttare a caso bombe a mano sui tetti di Istanbul. #Giuro
Ma non da meno è l'entrata spaccatutto all'ambasciata americana che si conclude con padre e figlia abbracciati (manco avessero scopato) sui sedili reclinabili di un taxi.  O l'improbabile final fight con mosse di Ju Jitsu, tra il nostro eroe e un tarchiatello albanese in sovrappeso. Già Liam Neeson che fa le mosse è comico, ma l'altro in tuta e con la pancia da bevitore è veramente spassoso.
A girare questo capolavoro Olivier Megaton, un cognome una garanzia? No. Altro che Megatoni, le scene che gira hanno la potenza di un raudo. Compie l'inaspettato miracolo di topparle tutte. Non gliene riesce una, non c'è scena d'azione rovinata da una pessima trovata.
Ma in tutta questa mediocrità ecco lo slancio che non ti aspetti, il colpo da maestro che sprofonda tutto.
La citazione. Olivier Megaton come un novello Tarantino cita altri film. Non volevo crederci ma è così.
Succede che ad un certo punto la figlia bonazza va in piscina con l'ipod all'orecchio. Ascolta Real Hero dei College & Eletric Youth. E mi son detto: dai ci sta, è giovane ha visto Drive e sta sempre li a sbavare per Ryan Gosling. 
Venti minuti dopo, Liam Neeson in macchina con lei, le da un ordine. Timer di 5 minuti sull'Iphone; se non torna alla scadenza lei deve scappare all'ambasciata e lasciarlo lì.
Mmm sarà mica che anche Ryan in Drive ti dava 5 minuti.
Poco dopo parte Tick of the Clock. Agevolo contributo audio.
















Ok è ufficiale a Olivier Megaton gli è garbato un casino Drive. Fatevene una ragione.

Potrei continuare all'infinito, ma è veramente difficile elencarne ogni abominio cinematografico. Vi basti sapere che c'è pure il finale catartico in cui protagonista e il cattivo si scontrano, e si dicono che Liam Neeson ha ucciso suo figlio per salvare la propria, e quindi non è tanto meglio di lui. Capito? Sempre a dare addosso agli extracomunitari Liam.

Dopo tutto il figlio malavitoso faceva un lavoro onesto. Rapiva le ragazze, le drogava, le stuprava e infine le vendeva. Ognuno guadagna come può ai tempi della crisi.




venerdì 8 marzo 2013

Il Grande e Potente Oz

Lo straordinario successo planetario di Alice in Wonderland ha generato conseguenze inaspettate e considerazioni necessarie:
  • Cazzo siamo andati in così tanti a vedere un così brutto film.
  • Tim Burton spesso e volentieri è un pessimo regista.
  • Evvai con il revival a tema fiabesco. Hansel e Gretel, Cappuccetto Rosso Sangue e Biancaneve e il Cacciatore.
  • Questo film.


Il Grande e Potente Oz di Sam Raimi nasce dichiaratamente per bissare il successo del sopracitato.
Un prequel di una fiaba classica di cui Disney detiene i diritti da tempo, un regista visionario e stimato dalla critica al timone, un 3D sparatissimo e tanti buoni sentimenti old style. E se sulla carta sembrava l'ennesimo disastro melenso, il grande e potente SAM riesce nell'impossibile e ci fa sognare come bambini negli anni trenta.

Il film si apre su un circo ambulante nel Kansas in un'atmosfera vagamente Burtoniana, con un bianco e nero retrò con tanto di quadro in quattro terzi.
Qui il mago Oz cerca di raccogliere qualche moneta da miseri spettacoli di trucchi e rozza magia. Durante una tempesta sale inavvertitamente su una mongolfiera e finisce in un tornando. Questo segna il passaggio fra i due mondi, così come lo era stato il buco per Alice. Paradossalmente le due scene si equivalgono, sia per uso del 3D, sia per effetti e quello che realmente succede, un vero e proprio momento fotocopia.
L'arrivo ad Oz il film diventa a colori e va a coprire finalmente tutto lo schermo. Un effetto telefonato ma di grandissimo impatto dove anche la stereoscopia diventa finalmente funzionale al racconto e i suoi elementi fiabeschi. Di qui in poi la storia racconterà di come Oz diventerà il potente Mago che il popolo aspettava e della sua battaglia per liberarlo dal dominio della strega cattiva.

Per quanto sia avverso alla visione in 3D, poco incline ad amare film dove i protagonisti si muovo su un set completamente verde (green screen), e disinteressato al fenomeno delle trasposizioni fiabesche. Il Grande e Potente Oz mi ha divertito e strapazzato con la sua fantasia manco fossi un bambino. Vi ho rivisto la magia Disney, quella di una volta che riusciva a fregarti sempre e comunque; un condensato di emozioni basilari che solo una fiaba ben raccontata può trasmetterti. Sam Raimi in questo fa un lavoro eccezionale, non cambia la materia narrativa al suo stile (vedi Burton con Alice), ma parte dal film del 1939 e il libro, per ricostruire un mondo fantastico e pertinente a se stesso affidando la miccia della rivoluzione agli attori e la regia.
Una regia calibrata, ma non esente da colpi di scena o veri momenti di tensione, capace di non farsi sopraffare dal grande dispendio di effetti digitali e di regalare grandi momenti di cinema come la scena nella città di porcellana devastata.
E infine gli attori. Grande mattatore James Franco, perfetto nel ruolo di Oz con la sua faccia da gentiluomo e quel sorriso sornione a nascondere la sua indole bugiarda. Le tre streghe sono invece un tris di attrici molto diverse tra loro. Mila Kunis, Rachel Weisz e Michelle Williams. Tutte e tre brave con i loro momenti di protagonismo, ma a conti fatti nessuna che emerge sulle altre, restando tutte all'ombra dell'ingombrante personaggio di Franco.

Insomma un film raccomandatissimo. Da vedere e rivedere. Applausi su applausi a Disney e Sam Raimi.

Ah, gara a scoprire l'immancabile comparsata di Bruce Campbell.



lunedì 4 marzo 2013

Educazione Siberiana

Premessa doverosa. Ho letto il libro di Nicolai Lilin la scorsa primavera, e ammetto di averne dimenticato gran parte della trama, ma non tanto da rendermi conto che la sua trasposizione cinematografica ne riscrive completamente la storia nell'intreccio principale. Quindi se sperate di andare al cinema per vedere tutti i passaggi dell'educazione siberiana di Kolima, lasciate perdere a priori.
















Gabriele Salvatores firma una delle produzioni italiane più attese degli ultimi anni. Un budget importante, un cast straniero, e una distribuzione internazionale. Educazione Siberiana non è solo un film tratto da un best-seller, è anche la prova del nove per un regista premio Oscar che cerca una nuova affermazione fuori dall'Italia. Purtroppo per lui, e per noi, il risultato è un film freddo come questa Russia perennemente ricoperta dalla neve.
Un deserto di colpi di scena, mai un sussulto, difficilmente un sorriso, men che meno l'epica criminale che caratterizza il genere. La storia di Kolima e Gagarin, riscritta ex-novo sulla contrapposizione fra i due, come emblema della nuova generazione criminale e il disgregamento sociale dei clan familiari, è flebile e poco incisiva nei suoi passaggi chiave.
I continui flashback spezzano un ritmo già sincopato di suo, e i tre momenti di vita di Kolima (infanzia, adolescenza e gioventù) sbalzano lo spettatore in un continuo avanti e indietro depotenziando il progresso educativo e criminale dei ragazzi e le loro storie. Viene quindi a mancare quella struttura tragica tipica del Gangster Movie, che vede alternare una prima parte di crescita e felicità, ad un fragoroso declino nella seconda. Non bastasse, la scelta di togliere la voce narrante e autoriflessiva del protagonista (presente nel libro) scarnifica ulteriormente il contesto storico biografico, e le ragioni stesse che muovono molti dei suoi personaggi.
In questo landa desolata la scena della giostra si erge con forza cinematografica al di sopra di tutte le altre, senza però trovare riscontro nella restante mezz'ora, dove il film andrà inaspettatamente a spegnersi contro ogni previsione verso un finale "agghiacciante".
Nonostante questo Educazione Siberiana si segnala per un cast bravo e talvolta straordinario (ma con un doppiaggio terribile), un'ambientazione suggestiva e un lavoro scenografico di altissimo livello con numerose location riuscite. Peccato che tutto il resto sia pure accademia senza passione.

Non avevo amato il libro, il film ancora meno.
L'ennesima delusione cinematografica dell'anno.


martedì 26 febbraio 2013

Re della Terra Selvaggia

L'ho visto circa una settimana fa, e ne scrivo solo ora con diversi buchi di memoria. Quindi sarò breve.


















Re della Terra Selvaggia (Beasts of Southern Wild) di Behn Zeitlin è stato salutato come il miglior film dell'anno. Premiato in ogni dove, candidato agli Oscar, critica entusiasta e un trailer che sembra promettere benissimo.
Normale avvicinarsi a questo film indipendente con delle aspettative altissime, ed altrettanto lecito chiedere emozioni forti durante la visione. E invece?
Invece nulla. Calma piatta. Si lascia guardare nell'attesa che succeda qualcosa e che questo fantomatico capolavoro si palesi come tale. Personalmente io ho aspettato invano fino ai titoli di coda.
La storia, volutamente un po' assurda, racconta della piccola Hushpuppy (una bravissima Quvenzhané Wallis) che vive con il padre alcolizzato in una comunità autogestita al di là della diga chiamata La Grande Vasca. Un uragano distruggerà quel sogno di libertà e spensieratezza allagando tutto e portando i due a separarsi.
Behn Zeitlin realizza il film con l'insolenza tipica dell'esordiente, abbonda con la camera a mano e i movimenti veloci. Piazza musica emotional un po' in ogni dove, e tinge la storia con straordinari elementi dal sapore fantastico ma di dubbia valenza metaforica.
In definitiva se ci si dimentica delle premesse, è un film carino che non va oltre il sei e mezzo / sette.


giovedì 21 febbraio 2013

orrori da vedere - Amici di Letto

Per la vostra gioia a cadenza casuale un nuovo filone di post dedicati ai Film brutti, ma brutti forte. Non quelli trash o di serie b che vanno di moda, ma film squisitamente peggio di quello che promettono... o per lo meno di quello che mi aspettavo io.


















Amici di Letto s'inserisce in quel nuovo filone della commedia americana che cerca di prendere il romanticismo alla lontana, lascia dietro di se i cliché dell'innamoramento cinematografico, e il più delle volte parte dal concetto dei #trombamici tanto caro a noi ggiovani d'oggi.
Per intendersi: Amori e altri rimedi (riuscito) oppure Amici, Amanti e... (pessimo).

E allora pronti via ecco Justin Timberlake a Los Angeles pronto a mollare un'inusuale sfigatissima Emma Stone, e Mila Kunis a New York a sua volta mollata da un ipersfigatissimo sosia di Jesse Eisenberg che gli dice "restiamo amici". 
Ora avete in mente com'è Mila Kunis? In fronte, da dietro e di lato? Ecco vi giuro che in questo film fa la parte della ragazza che non trova l'uomo dei suoi sogni e tutti la mollano, a partire dal sopracitato passando perfino per l'oncologo dei bambini con la faccia da bravo ragazzo. 
Ma poi succede che Justin riceve una proposta lavorativa a New York (come direttore creativo di GQ) e Mila è quella che deve convincerlo a firmare. Non bastassero i soldi, non bastasse il ruolo di altissimo profilo, non bastasse la sigla GQ, Justin se la tira perché New York non gli piace. 
Ma interviene Mila portandolo ad un Flash Mob in centro a Manhattan. Una roba talmente incredibile che il campagnolo di LA rimane di sasso e decide di firmare.
Solo io pensavo che i Flash Mob ormai fossero talmente inflazionati da trovarli pure a Campobasso?

Tant'è che Justin si trasferisce, leva la porta dal suo ufficio per qualche oscuro motivo, e poi fa amicizia con Woody Harrelson che è gay.
Ora passi Emma Stone sfigata, passi Mila Kunis snobbata dagli uomini, ma Woody Harrelson che fa l'omosessuale pieno di battutine a doppio senso che cazzo ci spiega? Chi è il demente che ha fatto il casting?

Insomma il film procede tra Ipad in bella vista, tecnologia touch ovunque, app importantissime come il giuramento sulla Bibbia, e chiaramente Justin e Mila che ad una certa si accoppiano.
Scopano tanto, stan sempre nudi, e hanno sempre voglia. Peccato che siano le scene di sesso più tristi e inarrapabili della storia del cinema. Lui che parla un casino e fa vedere i pettorali, lei che fa i sorrisini ed è fissa girata di schiena.
Di qui in poi mi sono perso. Comunque a grandi linee i due iniziano ad innamorarsi, poi subentra la famiglia di Justin con il risvolto drama. Il padre a l'alzheimer e la sorella è divorziata con un bambino. Però vivono tutti insieme felici a Los Angeles in una villetta che affaccia su una spiaggia in blue screen. Si, tipo: loro parlano sulla veranda e dietro passa il fondale della gente al mare. Giuro!
Alla fine del film c'è un altro flash mob in stazione, poi ri-scopano. O almeno credo.

Non bastasse qui c'è il trailer.


domenica 17 febbraio 2013

Le Donk & Scor-zay-zee

















Il film più eccentrico di Shane Meadows, girato in appena cinque giorni e un piccolo budget di trentamila sterline, è una simpatica evasione del regista inglese in territori cinematografici inesplorati, insieme all'attore e amico Paddy Considine già protagonista di Dead Man's Shoes e A Room for Romeo Brass.
Le Donk & Scor-zay-zee è un documentario in presa diretta. Una piccola troupe guidata da Meadows con l'obiettivo di narrare la missione dell'amico Le Donk, uno sconclusionato roadie che vuole a tutti i costi far esibire il giovane rapper Scor-zay-zee prima degli Arctic Monkeys in un concerto a Manchester.

Il personaggio di Le Donk era già apparso in un video di Shane Meadows del 2007 dal nome "Le Donk's Break-Dancing Master -Class Extravaganza" dove uno scatenato Paddy Considine, con il solito cappello di lana e capelli lunghi, improvvisava dei passi di danza alquanto improbabili. In questo lungometraggio i due rispolverano lo strambo personaggio per un vero e proprio mockumentary dal sapore libero e improvvisato.
Il Mockumentary è un genere che pur proponendosi come il racconto di fatti reali, quindi un documentario, porta invece in scena storie di finzione. Tanti gli esempi illustri, come The War Game, il famoso Forgotten Silver, fino al discusso The Blair Witch Project. Meadows però rinuncia ad una messinscena dettagliata ed estremamente studiata a tavolino come i film sopracitati, e opta piuttosto per un divertente incursione nel genere abbandonandosi all'improvvisazione e la verve incontenibile di Considine. Una scelta giustificata dal low budget e dalla natura sregolata del soggetto scritto insieme all'attore, che sembra metterlo perfettamente a suo agio nei panni di un outsider senza futuro ma pieno d'iniziativa.

Nonostante queste premesse e la buona volontà del progetto, è giusto dire che purtroppo Le Donk & Scor-zay-zee è uno dei film meno riusciti del regista inglese. Il risultato finale è difficile da valutare, proprio per la sua natura eccentrica e fuori dal coro; reggono le scene surreali volutamente sopra le righe mentre sembrano pesanti quelle drammatiche che cercano di caricare di intenti seriosi l'intera trama.
Una su tutte la scena del ritorno notturno di Le Donk a casa della ex-compagna. Qui appare evidente come i toni e la recitazione finiscano improvvisamente nei binari della fiction. La stessa presenza della telecamera è un forte segnale di un momento extra-reality preparato in anticipo e purtroppo non pienamente riuscito. Inoltre la recitazione dei comprimari non sempre è all'altezza, alcuni sembrano tirati dentro all'ultimo minuto ed altri si muovono come manichini di legno all'interno del quadro. Ma l'elemento che stride più di tutti è proprio la presenza di Shane Meadows dietro la telecamera, spesso ripreso dalla seconda unità come parte integrande del racconto; se l'intento è quello di far parte del racconto, talvolta emerge con forza la sua natura di direttore dell'intera storia.

Sarebbe però errato voler considerare Le Donk & Scor-zay-zee al pari dei lavori più illustri di questo regista, e di conseguenza adottare lo stesso metro di giudizio. Meadows non si pone un obiettivo cinematograficamente pretenzioso, ma vola basso e spinge sull'accelleratore del divertimento. Principalmente il suo e quello di Considine. Non si cura molto di quello che ne verrà fuori, ma vuole piuttosto dimostrare, come ha più volte ripetuto, che per fare un film a volte bastano piccoli personaggi e idee folli. In quest'ottica Le Donk & Scor-zay-zee diventa un manifesto di libertà artistica reclamato da un regista di successo, che per una volta vuole star lontano dalle ricche produzioni cinematografiche e i conseguenti limiti che impongono, per lasciarsi andare ad una una pazza storia improvvisata che lo riporta alle origini della sua carriera da regista.


mercoledì 30 gennaio 2013

Lincoln













L'ultimo film di Steven Spielberg, versione impegnato e non divertito, è un biopic sul grande presidente americano. Abramo Lincoln. (Se non ve le svelo io certe cose...).
150 minuti per descrivere i giorni antecedenti all'emendamento che portò all'abolizione della schiavitù e la successiva fine della guerra. Un dramma storico con tutti i crismi del caso: regia classica, attori bravissimi, fotografia patinata, scenografie impeccabili e un minutaggio importante.
Ho dimenticato qualcosa?
Si la sceneggiatura. Ecco perché Lincoln ha una sceneggiatura prevedibile, un binario prestabilito su cui procedere senza particolari guizzi. Insomma una costosissima puntata di History Channel con Daniel Day-Lewis.
Inutile negarlo. Mi sono annoiato e molto. Per certi versi mi ha ricordato J. Edgar di Eastwood.
Spielberg cerca il nuovo capolavoro, ma è vittima della reverenza storica del personaggio e dell'intera vicenda. Sembra quasi affrontare ogni figura storica con religioso rispetto, creando un film di personaggi statici chiusi nella loro caratterizzazione, circondati da altrettante macchiette.
Per carità il cast è notevole, Tommy Lee Jones e David Strathairn sono bravissimi, James Spader sornione irriconoscibile e Daniel Day-Lewis si carica il film sulle spalle. Ma è pura maestria, esibizione di bravura di questi pochi attori, se tutto il resto ci scivola via fra uno sbadiglio e un finale risaputo.

Ci sono due tipi di Biopic. 
Il primo che risponde alla vocazione del "ehi ora ti faccio conoscere una storia bellissima."
Il secondo che invece è più per  "la storia la conosci, ma te la racconto nei dettagli con tanta emozione".

Lincoln è chiaramente il secondo, e allora Steven se tutti noi spettatori sappiamo già che quella cazzo di Schiavitù verrà abolita e che l'emendamento passerà, mi dici perché ti sei giocato tutto su quel singolo momento? E' inutile che mi fai la suspense nella conta dei voti, è inutile che mi fai vedere Lincoln con suo figlio mentre succede, ed è altrettanto inutile che mi fai vedere quella sagoma inespressiva di Joseph Gordon -Levitt con i baffetti che fa finta di essere preoccupato.
Cazzo dammi un'emozione che sia una. Fammi vedere qualcosa che non mi aspetto. E per favore basta fare l'occhiolino a Obama, ce ne siamo accorti tutti di quell'infame battuta che presagisce al presidente di colore. Insomma Steven vincerai qualche Oscar, hai concluso il tuo trittico sulla schiavitù in America (Il Colore Viola, Amistad e Lincoln), hai lavorato con Daniele Day-Lewis, ma di questo film ci dimenticheremo tutti nel giro di poco.

Ora una nota a parte merita il doppiaggio. Io l'ho visto con la voce di Pierfrancesco Favino, voglio credere che da altre parti venga proiettato diversamente. In certi momenti mi son voltato per vedere se effettivamente c'era Favino in sala che doppiava in diretta. Perché dico questo?
Perché è un doppiaggio terribile. In alcune scene ha una voce, in altre cambia di brutto. Prende delle stecche terribili. Ogni tanto urla chee sembra il Libanese (pijamose l'Alabama). Non la capisco questa moda degli attori famosi che doppiano altri attori altrettanto famosi. Guardatelo in lingua originale.



venerdì 18 gennaio 2013

Django Unchained
















Ho letto diverse recensioni, non ho trovato quella giusta ed ecco che arriva quella che nessuno stava aspettando. La mia.

Ora cinque premesse doverose.
1. Della polemica con Spike Lee non me ne frega un cazzo.
2. Come sopra per le polemiche su razzismo e violenza.
3. Django Unchained è uno spaghetti western? Andate a cercare risposte altrove.
4. La più importante. Non starò qui a scrivere una recensione di due pagine facendo il figo ad elencare tutte le fottute citazioni e riferimenti.
5. L'ho visto doppiato in italiano. Perdono.

E ora musica. 
(ci sentite bene, è proprio quella.)
















Django Unchained è l'ultimo film di Quentin Tarantino. Un tipo considerato "genio della settima arte" dopo appena due film. Era il 1994, usciva Pulp Fiction e lui era già Storia del Cinema. Entrato nei libri alla velocità della luce, quasi vent'anni dopo è sempre sulla cresta dell'onda grazie ad un pugno di film marchiati dalla parola capolavoro.
L'evento è servito, così come le discussioni all'uscita del cinema. 
E se non avete una mazza per far tacere tutte quelle fastidiose opinioni, meglio allontanarsi in fretta.
Perché Django dividerà come non mai, troverete fan entusiasti e critici che gridano al capolavoro, non mancheranno i detrattori finalmente contenti e gli esperti delusi pronti a massacrarlo. Pareri all'opposto dove anche io non riesco a trovare un baricentro oggettivo a cui appoggiarmi.

Django Unchained ha momenti straordinari dove Tarantino dimostra ancora di saper creare sequenze memorabili, che si imprimono nella testa di noi spettatori con la forza dirompente di un martello. Purtroppo per il sottoscritto quei momenti sono stati veramente pochi per un film che dura ben 165 minuti.
Questo southern (bella definizione) ambientato nell'America schiavista ad un passo dalla guerra di secessione, è l'ennesimo revenge movie del regista con variazione sul tema. E la variazione così come fu per Bastardi senza Gloria, è la storia. In questo caso la profonda cicatrice dello schiavismo sudista nell'ottocento. 
Una sfida difficile, giocata con il sarcasmo misto ad una cattiveria che solo Tarantino sa creare. In questo Django Unchained è unico e grandioso, in nessun altro film troverete la raccapricciante verità storica con il sorriso dietro l'angolo ad aspettarvi. Niente lezioni o moralismi, tutto esagerato ed edulcorato, eppure rimane e fa male quando deve. Lo fa sopratutto nella parte centrale, dove la storia prende finalmente il volo e vi saprà regalare puro cinema con la C maiuscola. La parte dominata dai cattivi, quella dove Leonardo Di Caprio fa il suo show nei panni del proprietario terriero Calvin Candie, e Samuel L. Jackson ti sfodera l'interpretazione che non ti aspetti e ti manda in visibilio.
Durante la gita a CandieLand Tarantino da il meglio di se, su una storia che diventa tutto ad un tratto piena di tensione; e in un tripudio attori da urlo anche i dialoghi tornano ad essere fluidi e smaccatamente intelligenti. Uomini sbranati, Alexandre Dumas e perfino un teschio in tavola. Sessanta minuti (circa) talmente belli che ti dimentichi quell'inizio zoppicante e un po' spento. Ti dimentichi una trama che fino ad allora sembrava tirata per le orecchie. Ma sopratutto ti dimentichi che ad un certo punto è passato Franco Nero con il cartello "ero l'attore del Django originale". 

Django Unchained è, nonostante quanto appena scritto, il film peggiore di Quentin Tarantino o per lo meno è quello che mi è piaciuto di meno. Un inizio dominato dall'ottimo Christopher Waltz e il bravo Jamie Foxx, che però sbandano nelle pieghe di una trama apparentemente confusa e con diversi tempi morti.  Entusiasmano poco le scorribande del dottore e l'ex schiavo come cacciatori di taglie, e anche i dialoghi sembrano esser soporiferi, il tutto condito da musica su musica esplicitamente autoreferenziale.
La vera delusione è però il finale. L'ultima parte è completamente superflua e scontata; una stanca cavalcata verso i titoli di coda, con passaggi forzati e qualche battuta a rendere meno indolore il tutto. Anche il vostro interesse nella storia calerà drasticamente e non sarà la vendetta al suo culmine a salvare il film da un alone di noia. Senza epica, senza mordente, senza colpi di scena; Quentin Tarantino chiude il suo Django con'inaspettata superficialità indegna del suo talento visionario.

In definitiva un film fra alti e bassi, che potrebbe deludervi e non poco a causa anche delle alte aspettative con cui andrete al cinema. Ma c'è chi ne esce felice come se fosse il film della vita. Quindi andate e vedete.
Il mio voto è uno scarso 6,5.




domenica 13 gennaio 2013

The Master














Freddie Quell (Joaquin Phoenix) soldato nella guerra del Pacifico, torna a casa distrutto nell'animo e nel sistema nervoso; dedito all'alcolismo e perennemente in fuga, incontra casualmente Lancaster Dodd ( Philiph Seymour Hoffman) scrittore e leader di una setta religiosa, che lo porterà ad abbracciare "La Causa" e a seguirlo in un lungo viaggio introspettivo e spirituale sullo sfondo dell'America anni '50.

The Master è letteralmente un fiume in piena di parole e significati, denso di emozioni, profondo anche nelle piccole sfumature di regia, esagerato nella sua potenza visiva.
Paul Thomas Anderson scava nuovamente nel cuore dell'America, nelle sue contraddizioni, nella società del benessere, e in coloro tanto deboli da esser guidati da un oratore che promette di salvarli dal loro passato. Non parla di Scientology e non tratteggia la nascita delle sette religiose; lontano dall'essere un film di accusa o di scandalo che punta il dito contro il marcio che si nasconde dietro queste organizzazioni, Anderson si concentra quasi esclusivamente sul rapporto fra i due protagonisti. Quel maestro e il suo discepolo, legati a filo doppio e tenuti insieme a lungo da momenti d'intenso confronto intellettuale, fino a dipanarsi verso inaspettate soluzioni contrarie. Sono loro due il motore del racconto in una trama guidata dal dialogo, innestata sui colori di una strabiliante fotografia del rumeno Mihai Malaimare Jr a tratti superba per resa dell'immagine, e accompagnata dalle musiche evocative di Jonny Greenwood (Radiohead). Un cast di prim'ordine su cui svettano gigantesche ed inarrivabili le sublimi interpretazioni di Joaquin Phoenix e Philiph Seymour Hoffman, due dei più grandi attori viventi, qui alla loro prova migliore. I loro duetti provocano brividi lungo la schiena per intensità e verve interpretativa. Phoenix in primis, lontano dal set per oltre quattro anni, risorge abbandonandosi completamente ad un personaggio scomodo e difficile, eppure mai così bravo e mostruosamente perfetto.

Nonostante tutto questo è difficile valutare The Master con il solito metro di giudizio, a paragone con Il Petroliere il quesito diventa ancor più complicato. Paul Thomas Anderson firma il suo film più viscerale e intransigente, si concede pochissimi seppur bellissimi vezzi estetici, e dilaga nei dialoghi come non mai. Un vortice verbale e visivo cui non basta una singola visione per coglierne tutta la materia narrativa, salvo rimanerne comunque colpiti e profondamente ammaliati.
Un'opera di una disarmante bellezza che risplende in quel tetro panorama artistico che è la Hollywood d'autore contemporanea. P.T. Anderson si conferma il miglior regista americano di oggi.



lunedì 7 gennaio 2013

Jack Reacher
















Jack Reacher è un personaggio creato da Lee Child per una ventina di romanzi, il film invece è di Christopher McQuarrie (che ha fatto diverse robe, tra cui scrivere I Soliti Sospetti), e la star che si carica tutto sulle spalle è il buon vecchio Tom Cruise.

Andiamo per ordine.
La trama. C'è un cecchino che spara a 5 persone a caso in un parco con freddezza disarmante. La polizia a dai primi rilevamenti riesce immediatamente ad identificarlo. Il cecchino viene arrestato, e invece di confessare chiede di Jack Reacher. Quest'ultimo arriva in città di sua spontanea volontà, e grazie ad un avvocato mosso dalle migliori (quanto improbabili) intenzioni si mette ad indagare sul caso. Qualcosa non torna, Jack lo intuisce subito.
Il personaggio. Jack Reacher è un ex-poliziotto militare decorato con ogni tipo di medaglia, che dopo la guerra ha deciso di vivere alla giornata. Senza cellulare, senza carta di credito e senza indirizzo. E' praticamente irrintracciabile, conosceva il cecchino e aveva con lui una vecchia promessa. E' scaltro, atletico, e picchia nei punti giusti. Ha sempre la battuta pronta. Naturalmente fa innamorare le donne, senza però perderci tempo. Un eroe duro, maschio e risoluto come quelli di una volta.
Impressioni. Il film è buon action-thriller che diverte e appassiona. Parte benissimo con una trama che sembra promettere colpi di scena ad ogni angolo con intrighi loschissimi, salvo poi invece dipanarsi in una soluzione abbastanza semplice e inverosimile.
Dal mio punto di vista è stata una scelta azzeccata, inutile perdere tempo a costruire un intreccio da grande thriller quando le intenzioni sono ben altre. Jack Reacher è un eroe action che risolve le cose a modo suo, e quando vuole giustizia se la fa da solo senza ricorrere a tribunali e polizia. Da questo punto di vista il film funziona a dovere; mantiene un low-profile senza esagerare, con cattivi spietati e chiaramente "immigrati", dispensando ironia a piccole dosi e ben calibrata. In molti hanno scritto che è un film come quelli di una  volta, si forse le intenzioni e la caratura del personaggio portano verso questa direzione, ma diventa difficile non vedere il solito emulo di Jason Bourne in alcune scene concitate, sopratutto quelle di lotta.
Detto questo è un film consigliato per chi desidera una visione di svago, senza incappare nel solito filmaccio hollywoodiano che vorrebbe ma non può. McQuarrie fa un lavoro ottimo, tira fuori il massimo da una storia che di più non poteva dare. A conti fatti mi sento di consigliarlo, io personalmente mi sono divertito.
Tom Cruise. Impossibile parlare di questo film senza parlare di lui. Per certi versi si potrebbe parlare di errore di casting. Tom inizia ad avere una certa età (e si vede) ed è già abbastanza identificato come Ethan Hunt; se si voleva puntare su un eroe action per un nuovo franchise cinematografico non è certo la scelta giusta. Tralasciando però questa considerazione, non posso che rendere onore a quest'immenso attore, che ce la mette sempre tutta anche in prodotti minori come questo. Cruise è un attore che fa pubblico a se, prendere o lasciare, se lo odiate non andate a vederlo perché tanto in scena c'è sempre e solo lui, gli altri fanno da comparse. E' come sempre il più fico, con le inquadrature migliori, le battute più belle, e i cattivi li mette fuori gioco solo lui. Tom Cruise è uno dei pochi esemplari rimasti di attori old style, porta in scena il suo personaggio senza ombre con tutte le luci addosso, darà il meglio di se nei panni dell'eroe ma non aspettatevi nulla di diverso rispetto ad altri film similari. 
Io non riesco a volergli male. 
PS: Nel film c'è pure Robert Duvall che fa un po' il vecchio simpaticone che da una mano. Certo il suo "dare una mano" alla fin fine è abbastanza comico.
PSS: C'è pure Werner Herzog che fa il cattivone. E' senza dita ed ha una teoria tutta sua sul sopravvivere quando fa freddo.